Internazionale

Stretto di Hormuz, i rischi di uno shock alimentare secondo UE e FAO

Dopo le tensioni legate alla chiusura dello Stretto di Hormuz e al conseguente aumento dei costi energetici, si fa strada un nuovo scenario di rischio: un possibile shock alimentare su scala mondiale. A lanciare l’allarme sono diverse istituzioni internazionali, che vedono nella fragilità delle catene logistiche globali un fattore capace di innescare una crisi dei prezzi agricoli e alimentari nei prossimi mesi. (Sky TG 24)

Secondo la FAO, una chiusura prolungata dello stretto potrebbe provocare, entro 6–12 mesi, un’impennata significativa dei prezzi dei beni alimentari a livello globale. L’organizzazione avverte che la finestra per intervenire preventivamente si sta restringendo rapidamente. Per questa ragione servono misure coordinate: limitazione delle restrizioni all’export, tutela dei corridoi umanitari e creazione di scorte strategiche per assorbire l’aumento dei costi di trasporto. In più si aggiunge anche la diversificazione delle rotte commerciali terrestri e marittime: ricorrere a percorsi alternativi, come quello che attraversa la penisola arabica orientale, l’Arabia Saudita occidentale e il Mar Rosso, non risolverà l’entità dello shock di approvvigionamento, ma contribuirà a ridurlo marginalmente, punto cruciale per salvaguardare i flussi alimentari umanitari.

La dinamica descritta dagli esperti non è lineare ma progressiva: energia più cara, aumento dei fertilizzanti, rincaro dei semi, riduzione delle rese agricole e infine crescita dell’inflazione alimentare. La Fao sottolinea come il fenomeno sia già visibile, con un aumento prolungato degli indici dei prezzi globali. Il capo economista dell’agenzia, Maximo Torero, evidenzia che le decisioni di governi e agricoltori su fertilizzanti, investimenti e politiche di importazione saranno decisive per evitare un peggioramento della crisi. Il messaggio è chiaro: rafforzare la capacità di resilienza dei Paesi è ormai una priorità urgente.

In Europa, il tema più critico riguarda il mercato dei fertilizzanti. La Commissione europea ha presentato un piano dedicato per rispondere alle richieste del settore agricolo, ma le principali associazioni di categoria, tra cui Confagricoltura, Coldiretti e CIA Agricoltori Italiani, lo giudicano insufficiente rispetto alla gravità della situazione. Il commissario europeo all’Agricoltura Christophe Hansen ha ricordato come i prezzi dei fertilizzanti restino su livelli molto elevati: i prodotti azotati costano circa il 70% in più rispetto alla media del 2024 e l’accessibilità economica è ai minimi dal 2022. Una condizione aggravata da una dipendenza globale delle materie prime, nonostante la limitata esposizione diretta europea al Medio Oriente.

Secondo i dati di Eurostat, nel quarto trimestre del 2025 i prezzi dei fertilizzanti nell’Unione Europea sono aumentati dell’8% rispetto all’anno precedente. La crescita è stata diffusa: 24 Paesi su 27 hanno registrato aumenti, con picchi in Romania, Irlanda e Paesi Bassi. Non mancano però alcune eccezioni con lievi ribassi in Bulgaria, Croazia e Lituania. Nonostante ciò, la tendenza generale resta al rialzo per il quarto trimestre consecutivo, alimentando timori per le scelte produttive degli agricoltori nelle prossime stagioni.

Nel breve periodo, Bruxelles punta a un pacchetto di sostegno finanziario per gli agricoltori, mentre nel medio-lungo termine la strategia si concentra sulla riduzione della dipendenza dai fertilizzanti tradizionali. Tra le alternative: fertilizzanti biologici, soluzioni microbiche, alghe, biostimolanti e recupero di nutrienti dai fanghi di depurazione. Una misura che divide è il Cbam, il meccanismo di tassazione climatica sulle importazioni: alcune associazioni agricole ne chiedono la sospensione immediata, mentre la Commissione la esclude. Più condivisa invece l’apertura al digestato, considerato una valida alternativa ai fertilizzanti chimici tradizionali.

Redazione

 

 

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