La Sicilia prova ad accelerare sui termovalorizzatori per chiudere una volta per tutte l’epoca dell’emergenza rifiuti. Almeno questo è l’obiettivo dichiarato dalla Regione, che punta sui due impianti di Palermo e Catania per superare le discariche, ridurre i trasferimenti fuori dall’isola e abbassare i costi che pesano su Comuni e famiglie. A Palazzo d’Orléans sono stati presentati i progetti definitivi dei due impianti, considerati dal governo regionale il passaggio decisivo per completare il nuovo ciclo dei rifiuti. (Sole 24 Ore)
Secondo il cronoprogramma illustrato da Palazzo d’Orléans, l’affidamento dei lavori è previsto per la primavera del 2027 e l’inaugurazione nel corso del 2028, subordinata al via libera della Commissione europea al Piano rifiuti, al supporto di Invitalia e ai controlli dell’Anac. Il presidente della Regione, Renato Schifani, ha definito la presentazione dei progetti «una tappa strategica» che segnerà «una svolta storica nella gestione dei rifiuti in Sicilia», auspicando anche una riduzione della Tari per i cittadini.
I due impianti avranno una capacità complessiva di trattamento pari a 600.000 tonnellate l’anno e dovranno ricevere esclusivamente la frazione non riciclabile, cioè quanto residua dopo le operazioni di raccolta differenziata, selezione e recupero di materia. A base d’asta il costo complessivo è stato stimato in 881 milioni di euro, finanziati con risorse del Fondo per lo Sviluppo e la Coesione (FSC). Dal punto di vista energetico, gli impianti complessivamente produrrebbero 469,6 gigawattora annui, una quantità che la Regione ha quantificato come equivalente al fabbisogno di circa 174.000 famiglie siciliane. Circa il 10% dell’energia prodotta servirebbe all’autoconsumo degli impianti, mentre il restante 90% sarebbe immesso in rete, con ricavi destinati a ridurre le tariffe di conferimento per i Comuni.
La Regione sottolinea anche l’impatto economico atteso: attualmente una parte dei rifiuti Siciliani viene trasferita al Nord Italia o all’estero, con trasferimenti superiori ai mille chilometri e costi che arrivano a circa 380 euro a tonnellata. Secondo le stime regionali, la chiusura del ciclo nell’isola potrebbe generare un risparmio di circa 100 milioni di euro l’anno.
I termovalorizzatori sono inseriti in un piano più ampio che contempla impianti di selezione, piattaforme per la raccolta differenziata, biodigestori e ampliamenti di discariche esistenti. L’obiettivo dichiarato è portare la Sicilia al 65% di recupero di materia e ridurre al 10% il conferimento in discarica. Le quantità destinate alle discariche sono previste in diminuzione: da 748.000 tonnellate nel 2027 a 500.000 nel 2028, fino a 140.000 tonnellate nel 2030.
Sui temi ambientali i progettisti indicano valori emissivi molto bassi: le diossine stimate risulterebbero inferiori del 97% rispetto a Bolzano, del 96% rispetto al CopenHill di Copenaghen e del 75% rispetto all’impianto in costruzione a Roma. Il fabbisogno idrico degli impianti sarà coperto da sistemi di recupero e ricircolo interno senza prelievi da falde o acquedotti pubblici.
L’ex ministro dell’Ambiente Corrado Clini, consulente del presidente, ha evidenziato che la Commissione europea ha apprezzato il piano siciliano, riconoscendone «l’innovazione e la validità sia sotto il profilo delle emissioni sia dal punto di vista della sostenibilità della gestione dei rifiuti». Resta ora la fase più impegnativa: trasformare i progetti in cantieri e poi in impianti funzionanti. Solo al completamento dei lavori Palermo e Catania potranno dimostrare se la nuova architettura del ciclo dei rifiuti reggerà alla prova dei tempi e della gestione.





