La qualità del made in Italy spazza via l’effetto dazi. Ieri l’Istat ha comunicato che nel 2025 il nostro export ha raggiunto un fatturato record di 643 miliardi, in salita del 3,3 per cento rispetto all’anno precedente. (Il Messaggero)
Secondo il Vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, anche grazie a «un’articolata strategia di diplomazia» sull’internalizzazione, è più vicino l’obiettivo «di raggiungere i 700 miliardi di export entro la fine della legislatura». Mentre il collega Adolfo Urso (Imprese e Made in Italy) segnala che il nostro Paese è ormai saldamente «al quarto posto nel ranking mondiale» tra le potenze esportatrici. Prima di noi soltanto Cina, Usa e Germania, dopo aver superato il Giappone.
Al di là delle classifiche, c’è soprattutto un aspetto che fa ben sperare: l’Italia è uno tra i pochi Paesi europei che registra una forte crescita dell’export sia in area Ue (+4,7 per cento) sia extra Ue (+5,1). Secondo questi risultati «appaiono particolarmente significativi sia nel confronto con la performance dell’Ue (+2,2 per cento) sia con quella dei suoi principali esportatori». Infatti la Germania segna un +0,9 per cento, la Francia il 2, «mentre sono in leggero ripiegamento Belgio e Spagna». A livello extra Ue, «+0,9 per cento per la Cina, stabile il Giappone, in leggera flessione la Corea del Sud».
Guardando ai mercati di sbocco, nonostante i dazi, gli Stati Uniti si dimostrano sempre più fondamentali per il made in Italy. L’export verso gli Usa, spiega Zoppas, «si chiude nel 2025 con un +7,2 per cento, sintesi di una crescita molto sostenuta nella prima parte dell’anno e di un deciso rallentamento nella seconda». Non a caso le barriere di Trump rallentano l’export del vino (-5,6 per cento in valore e -3,2 in volume a novembre). Il presidente dell’Ice, per il futuro, ricorda «le incertezze legate ai dazi e al cambio euro/dollaro». A livello annuo, poi, sale l’export verso Svizzera (+41,7 per cento), paesi dell’Asean (+48), Polonia (+18,9), Francia (+5,4) e Spagna (+8,4). Si riducono le vendite in Turchia (-17), Regno Unito (-8,7), Paesi Bassi (-9,7) e Belgio (-8,9). In ripresa anche la Germania, nostro primo pagatore, e l’India. «Peggiora drasticamente – segnala l’Istat – il deficit commerciale con la Cina, che si porta a -46,290 miliardi da -36,729 miliardi del 2024».
Secondo l’istituto di ricerca, la nostra bilancia commerciale «è sostenuta dalle maggiori vendite di beni di consumo non durevoli (+9,5 per cento), beni intermedi (+2,7) e beni strumentali (+1,3)». Cala l’export di energia (-9,7) e beni di consumo durevoli (-8,9). Entrando più nello specifico, «la crescita delle esportazioni italiane nel 2025 si deve a un numero limitato di settori della manifattura», con «i maggiori contributi» che arrivano da farmaceutica, chimica e botanica (+28,5 per cento), metalli di base e prodotti in metallo, esclusi macchine e impianti (+9,8%), mezzi di trasporto, esclusi autoveicoli (+11,6) e prodotti alimentari, bevande e tabacco (+4,3)». In controtendenza «articoli sportivi, giochi, strumenti musicali, preziosi, strumenti medici (-9,3 per cento), coke e prodotti petroliferi raffinati (-15,3) e autoveicoli (-6,8)».





