Internazionale

Gli interpreti dei soldati in Afghanistan: “Non sappiamo se potremo mai tornare a casa”

Da quando le truppe occidentali hanno lasciato l’Afghanistan, circa 270 traduttori che hanno aiutato i soldati italiani hanno ottenuto la protezione nel nostro Paese e sono stati trasferiti con il Ponte Aereo dell’Operazione Aquila.

“Gli stranieri sono arrivati trovando una situazione tragica e sono partiti lasciandone una peggiore. L’unica soluzione per la pace è un nuovo accordo tra le parti, ma oggi questo è molto lontano”, spiega a Repubblica Nasir, uno degli interpreti afgani che ha lavorato con i militari italiani ad Herat.

Per tutti coloro che hanno aiutato negli anni quelli che sono considerati “nemici” dai talebani, restare a Kabul voleva dire incontro alla morte.

Repubblica racconta la storia di Nasir che ha cominciato a lavorare con i soldati italiani nel 2009: “Mi sono sentito come una sorta di ponte tra mondi diversi. Stare al fianco dei militari occidentali mi ha insegnato nuovi modi di pensare”. Ora vive a Roma, anche se l’accoglienza non è stata come sperava. La società privata, incaricata dal governo di gestire le sistemazioni degli interpreti, gli ha dato un appartamento in pessime condizioni con “necessità di tante riparazioni” e soprattutto isolato da tutto. Nasir ha chiesto il trasferimento in vista dell’iscrizione della figlia a scuola ed è in attesa di risposte.

Su un eventuale ritorno in patria, risponde: “L’Afghanistan? Non so se ci potrò mai tornare. Ma se si riuscisse a creare una vera pace, che riconosca la dignità di tutti, sarei pronto a partire subito”.

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