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La censura non è mai la soluzione. In una società libera tutte le idee hanno diritto di cittadinanza

Il nuovo anno si apre con un a campagna vaccinale che stenta a decollare, speriamo davvero che prenda quota e presto sia possibile dichiarare l’immunità di gregge. Intanto proprio in questi giorni il commissario straordinario all’emergenza Domenico Arcuri annuncia 6 milioni di vaccinati entro marzo, smentendo di fatto il ministro della Salute Roberto Speranza che ne aveva annunciati 13 milioni da qui al primo aprile. L’augurio è che si possa cominciare presto a vaccinare a ritmo sostenuto, il modello è Israele che sta dando una lezione al mondo intero: quasi due milioni di vaccinati, pari al 20 percento della popolazione, in tre settimane.

Il tema del giorno però è un altro: la censura. Sono stata terribilmente colpita dal tentato golpe da parte di quel manipolo di fanatici terroristi che hanno attentato al cuore della democrazia americana con l’assalto a Capitol Hill. Immagini raccapriccianti, che mai avremmo voluto vedere, e che hanno tradotto in azione le dichiarazioni incendiarie del presidente Donald Trump, divenuto, negli ultimi tempi, il peggior nemico di se stesso. Pur non condividendo alcunché della strategia del presidente americano, tutta volta a denunciare le “rigged elections” e a delegittimare il  presidente eletto Joe Biden, ritengo inaccettabile che un leader politico votato da 75 milioni di cittadini venga silenziato dall’amministratore delegato di  Twitter, che gli ha bloccato l’account sine die, e dall’amministratore delegato di un’altra azienda privata, Facebook, che più generosamente lo ha sospeso per qualche settimana in attesa di riattivazione. Follia. Verso che mondo stiamo andando? Che cosa sta diventando la democrazia nel XXI secolo?  

In una società libera anche le idee più controverse e orripilanti hanno diritto di cittadinanza: esse vanno affrontate, anche duramente, nel dibattito pubblico, se necessario per via giudiziaria, ma mai censurate con il bavaglio.

Facebook e Twitter sono due aziende private, possono fare quel che vogliono, vero, ma è innegabile il potere d’influenza che queste piattaforme digitali esercitano nel dibattito pubblico. E’ indubbio che tali soggetti, per quanto “privati”, svolgano una funzione fondamentale nelle democrazie contemporanee. Possiamo allora consentire che questo o quel manager tolga il megafono a un politico sgradito? Pensate poi all’enorme palcoscenico globale che queste piattaforme forniscono a campioni dell’autoritarismo come il sultano turco Erdogan o il dittatore venezuelano Maduro, per non parlare della propaganda cinese che si dispiega sui social network. Da untore del mondo a dispensatore di mascherine e vaccini: anche questa è falsificazione made in China. Trump, ormai a fine mandato, viene silenziato e martirizzato, mentre i dittatori si godono la libertà di espressione senza che i numeri uno di Facebook e Twitter abbiano alcunché da ridire: costoro se la prendono soltanto con Trump, peraltro dopo mesi di propaganda rovente da parte dell’irrefrenabile presidente. Sarà mica un tentativo, da parte dei due manager, di ingraziarsi il presidente eletto Joe Biden?

Davvero una brutta storia. Viva la libertà. 

Annalisa Chirico

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