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Il paradosso: la cura al Covid che produciamo in Italia, ma che non usiamo

“Abbiamo ‘pallottole’ specifiche contro il virus. Possiamo salvare migliaia di pazienti, evitare ricoveri e contagi, ma decidiamo di non spararle. Non si spiega”, così il virologo del San Raffaele di Milano Massimo Clementi.

Dallo stabilimento di Latina vengono prodotti anticorpi monoclonali che sono destinati agli Stati Uniti, al Canada e adesso anche alla Germania che ha concluso l’acquisto da poco. È il metodo con cui è stato in pochi giorni curato Donald Trump: con questi anticorpi si salvano le persone senza particolari effetti collaterali. Un altro vantaggio è quello del costo: 1.000 euro per un trattamento completo a fronte di 850 euro per un ricovero giornaliero.

L’Italia aveva la possibilità di utilizzare questo farmaco, ancora nella fase tre della sperimentazione, grazie ad un ‘trial clinico’, con cui 10mila dosi sarebbero state fornite gratuitamente. Dal 9 novembre l’Agenzia Usa del Farmaco (Fda) ha autorizzato l’uso di emergenza, mentre quella europea non autorizza medicinali che sono ancora in fase di sviluppo. La Germania, però, ha deciso di procedere comunque all’acquisto in attesa della conclusione della fase 3 e così farà anche l’Ungheria.

L’Italia invece si è lasciata sfuggire la possibilità di avviare la sperimentazione con delle dosi fornite a titolo gratuito. La motivazione potrebbe risiedere nel fatto che l’organizzazione no-profit di Siena, Toscana Life Life Sciences, in collaborazione con lo Spallanzani si sarebbe già aggiudicata la sperimentazione degli anticorpi monoclonali con un investimento del governo pari a 380 milioni, come racconta il Fatto Quotidiano.

Il luminare Rino Rappuoli dell’ospedale di Roma avrebbe mostrato un atteggiamento critico verso questa cura e, dunque, l’Italia avrebbe rinunciato al trial clinico. Una volta approvato dall’Fda, la multinazionale Eli Lilly che lo ha sviluppato, non ha potuto più proporre la sperimentazione gratuita e proprio in quel momento si sarebbe palesato l’interesse dell’Italia.

I negoziati sarebbero iniziati alla presenza del ministro Speranza, del commissario Arcuri e del direttore generale dell’Aifa Magrini, ma si sarebbero presto interrotti. Per Massimo Clementi è un paradosso: “È importante trovare il miglior farmaco possibile, ma non possiamo scartare a priori una possibilità terapeutica che altrove salva le persone. Una fiala costa poco più di un giorno di ricovero e ogni risorsa che risparmi la puoi usare per altro. Tenere nel fodero un’arma che si dimostra decisiva è incomprensibile. Da qui la mia sollecitazione all’Aifa”, sostiene il virologo.

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