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Petrolio in Italia: ecco dove sono pozzi e giacimenti

L’Italia ha dei pozzi di petrolio. Pochi, difficilmente sfruttabili e frammentati. E per questo è in grado di soddisfare solo una minima parte del fabbisogno energetico del Paese. La presenza di idrocarburi nel sottosuolo italiano è nota da tempo, ma le caratteristiche dei giacimenti ne hanno sempre reso complessa la valorizzazione. Le riserve sono infatti ridotte e spesso collocate a profondità elevate o offshore, cioè in mare aperto e molto lontano dalla costa, fattori che incidono sia sulle attività di ricerca sia sulle operazioni di estrazione. (Il Messaggero)

Secondo gli ultimi dati disponibili del 2024, l’Italia occupa una posizione marginale nello scenario globale, collocandosi intorno al 45° posto tra i Paesi produttori di petrolio. Alla fine del 2024 risultavano operative oltre 150 concessioni per la coltivazione di idrocarburi, di cui una parte significativa in ambito offshore, affiancate da permessi di esplorazione e da concessioni dedicate allo stoccaggio del gas.

Le principali aree estrattive si concentrano nel Mezzogiorno. In Sicilia, in particolare, si trovano alcuni dei giacimenti storicamente più rilevanti, sia sulla terraferma sia nei tratti di mare circostanti: quello di Ragusa (1500 metri di profondità), quello di Gela (scoperto nel 1956, ha caratteristiche simili a quello di Ragusa e si trova a 3500 metri di profondità) e quello di Gagliano Castelferrato (scoperto nel 1960, produce gas ed è situato a circa 2000 metri di profondità). Altri poli di rilievo sono presenti in Basilicata, con la Val d’Agri, e quello di Porto Orsini nell’Adriatico ravennate. Pur con differenze tra i vari siti, si tratta spesso di giacimenti profondi e tecnicamente complessi da sfruttare.

La produzione nazionale prosegue ancora oggi, ma con volumi contenuti rispetto al fabbisogno complessivo. Nel 2024 sono stati estratti milioni di tonnellate di greggio e consistenti quantità di gas naturale e altri derivati. Tuttavia, il contributo interno copre solo una quota limitata della domanda energetica: circa il 7% del petrolio consumato in Italia, mentre la restante parte proviene dall’estero. Anche a livello globale, il peso del Paese resta minimo, sia in termini di produzione sia di riserve disponibili. Dopo il picco raggiunto alla fine degli anni Novanta, l’estrazione ha mostrato una tendenza al declino, con un progressivo esaurimento delle risorse stimato intorno al 3% annuo.

La Basilicata è la regione al primo posto in Italia per estrazione di petrolio. Due i pozzi estrattivi che sfruttano il sottosuolo: quello nella Val d’Agri da 50-70.000 barili al giorno e quello a Tempa Rossa da 30-50mila barili al giorno. Dai due pozzi della Basilicata, il petrolio si incammina tramite oleodotto verso la raffineria di Taranto.

La Sicilia è l’altra regione dove sono presenti diversi giacimenti di petrolio, tra Gela, il Ragusano, una fascia tra Bronte e Troina e una piccola porzione di Trapanese. Poi ci sono le piattaforme in mare.

In Emilia-Romagna troviamo i 4 pozzi del Cavone tra Novi, San Possidonio e Mirandola dove l’attività estrattiva procede e lo farà per almeno i prossimi 10 anni. Qui si estraggono 2 milioni di kg all’anno di greggio, vuol dire lo 0,5% della produzione nazionale che poi finisce nelle raffinerie di Taranto.

In Piemonte tra Galliate, Trecate e Romentino ci sono gli ultimi pozzi rimasti. In Pianura Padana si trovava fino a qualche anno fa uno dei giacimenti petroliferi più grandi d’Italia: il giacimento di Villafortuna situato nel comune di Trecate, in provincia di Novara. Nel 2016 l’attività è definitivamente cessata causa esaurimento del giacimento.

Al largo delle coste di Molise, Marche e Abruzzo troviamo 5 piattaforme in mare, due sono localizzate di fronte alla costa marchigiana; tre dinanzi a quella abruzzese-molisana. La Sarago gestita da Edison si trova tra Civitanova Marche e Porto Sant’Elpidio, la Rospo tra Petacciato e Vasto. Nell’entroterra in Molise troviamo un nuovo pozzo esplorativo nel Comune di Rotello.

Accanto ai limiti quantitativi, il settore pone questioni rilevanti sul piano ambientale. Le attività legate al petrolio – dalle indagini sismiche alle perforazioni, fino alla gestione dei residui – comportano effetti significativi sugli ecosistemi. In mare, in particolare, le operazioni di ricerca e i lavori sui fondali possono alterare habitat delicati e compromettere l’equilibrio della fauna e della flora marina.

A ciò si aggiunge il rischio di incidenti, che, seppur non costanti, rappresentano una minaccia concreta per territori e coste. L’impatto complessivo dell’industria petrolifera resta dunque elevato, sia nelle fasi operative ordinarie sia in caso di emergenze. In questo contesto, cresce l’attenzione verso modelli di consumo più sostenibili. La riduzione dell’uso di materiali derivati dal petrolio e l’adozione di soluzioni di mobilità alternative – dal trasporto pubblico ai veicoli elettrici – vengono sempre più indicati come strumenti utili per contenere la dipendenza dai combustibili fossili e limitarne gli effetti sull’ambiente.

Redazione

 

 

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