Non è soltanto una questione di porti, tonnellate movimentate o traffico di navi. La Sicilia possiede una delle più rilevanti economie marittime del Paese: 275 imprese di shipping, oltre 7 mila addetti e circa 900 milioni di euro di valore aggiunto l’anno. Ma la ricostruzione della filiera realizzata dai ricercatori di Bankitalia mostra il limite strutturale del comparto: quasi l’80 per cento degli acquisti e oltre il 70 per cento del fatturato si concentra fuori regione. Il mare crea ricchezza, ma l’Isola non riesce ancora a trattenere una quota sufficiente di fornitori, servizi e attività ad alto valore aggiunto. (Sole 24 Ore)
È la fotografia contenuta nel Rapporto annuale della Banca d’Italia sull’economia della Sicilia nel 2025, presentato a Palermo dalla direttrice della sede palermitana dell’istituto, Milena Caldarella. Il dossier dedica un approfondimento specifico alla filiera marittima, andando oltre la tradizionale lettura dei traffici portuali.
La novità dell’analisi è nel metodo. Bankitalia ha integrato i dati di Infocamere, INPS, Cerved e Autorità di sistema portuale con quelli relativi alle transazioni business to business e alla fatturazione elettronica. In questo modo ha potuto misurare non soltanto le imprese direttamente impegnate nei porti e nella navigazione, ma anche i rapporti commerciali diretti e indiretti con clienti e fornitori.
Nel perimetro dello shipping rientrano le Autorità di sistema portuale, il trasporto marittimo e costiero di merci e passeggeri, i servizi connessi al trasporto, la movimentazione di merci, gli spedizionieri, le agenzie doganali e le imprese autorizzate a operare nelle aree portuali. Una galassia che mette insieme armatori, terminal, logistica, servizi e intermediazione.
Tra il 2019 e il 2023, le società di capitali siciliane attive nel comparto erano in media 275, il 9 per cento del totale nazionale. Occupavano oltre 7 mila dipendenti e generavano circa 900 milioni di valore aggiunto annuo: quasi il 15 per cento dell’occupazione italiana dello shipping e poco meno del 20 per cento della ricchezza prodotta dal settore nel Paese.
Il dato più rilevante è il rapporto tra lavoro e valore. Considerando anche la catena dei fornitori, la logistica marittima assorbe l’1,9 per cento dei dipendenti delle società di capitali siciliane, ma produce il 4,5 per cento del loro valore aggiunto. Le sole imprese direttamente impegnate nello shipping pesano per l’1,3 per cento degli addetti e per il 3,8 per cento del valore aggiunto regionale.
È quindi un comparto a elevata capacità di generare ricchezza, con un’incidenza sul valore prodotto quasi tripla rispetto al peso occupazionale. Un risultato superiore alla media delle regioni italiane dotate di scali commerciali, anche se lontano dalla Liguria, prima regione nazionale per volume di merci movimentate.
Il limite emerge dai flussi commerciali. Per le imprese siciliane dello shipping, quasi l’80 per cento degli acquisti di beni e servizi intermedi avviene con aziende di altre regioni. Anche sul lato dei clienti il legame con il mercato esterno è prevalente: oltre il 70 per cento del fatturato deriva da transazioni con controparti fuori dalla Sicilia.
Nelle altre regioni portuali, invece, la quota degli acquisti fuori regione è mediamente al 60 per cento e quella delle vendite al 67 per cento. Il sistema siciliano appare dunque fortemente inserito nelle reti nazionali, ma meno capace di attivare sul territorio una catena di forniture altrettanto ampia.
La questione non è la presenza di un settore marginale, ma l’opposto: la Sicilia possiede un comparto marittimo rilevante, che tuttavia non trascina ancora a sufficienza manutenzione, componentistica, servizi tecnici, digitale, formazione e imprese di supporto localizzate nell’Isola.





