Agia Napa, la località sulle coste cipriote che ieri ha ospitato la cena dei leader Ue, è di gran lunga più vicina a Beirut, al Medio Oriente in fiamme, che a Bruxelles. Ma non c’è solo il dato geografico a rendere la guerra in Iran il convitato di pietra del vertice informale di Nicosia: sebbene ne sia rimasta fuori militarmente, il conflitto ha travolto l’Europa con gli effetti della chiusura di Hormuz e della conseguente crisi energetica che morde le tasche dei cittadini di tutta Europa. Non a caso è il dossier più pesante sul tavolo dei 27. È la seconda volta che i leader si riuniscono dall’attacco a due punte sferrato all’Iran, eppure l’Europa – ormai a due mesi dalla guerra decisa da Trump e Netanyahu – sembra ancora destinata a restare alla finestra, tagliata fuori da un conflitto che ancora una volta la vede lontana miglia dalle decisioni che contano. (Il Messaggero)
E se è vero che i missili da giorni tacciono, è anche vero che l’allarme per i prezzi e le forniture di gas e petrolio dal Golfo non ha mai smesso di suonare. Un intervento Ue, su modello dello strumento Sure o perfino del Recovery Plan, al vertice cipriota continua ad essere escluso. Anche perché, osservano fonti di Palazzo Berlaymount, «la crisi resta molto volatile e imprevedibile». Anche la sospensione del patto di stabilità, chiesto a gran voce da Giorgia Meloni, allo stato attuale è una richiesta destinata a cadere nel vuoto.
I fari restano puntati all’intesa che potrebbe cambiare tutto. Ma se lo Stretto di Hormuz non riapre «sarà una catastrofe e un piano servirà», ammettono a Nicosia. La strada più percorribile, per quanto impervia, resta quella degli eurobond, emissioni di debito pubblico lanciate dall’Ue e garantite dagli Stati che ne sono membri. Ma il sentiero resta strettissimo. Di fronte a una crisi energetica «volatile» che – per stessa ammissione del commissario Ue Dan Jorgensen – mette insieme «quelle del 1973 e del 2022» e lascia presagire «mesi, forse anni, difficili», l’Europa ha infatti imboccato una via ben nota: ampliare il ricorso ai sussidi nazionali senza intervenire sul Patto di stabilità. Misure che, nella lettura italiana, finiscono per avvantaggiare chi – Berlino in testa – può contare su ampi margini di bilancio, cristallizzando uno squilibrio che la premier non intende accettare. Ursula von der Leyen non chiude, ma neppure apre: ascolta, registra e resta ancorata alla prudenza. E tra i Ventisette, la sponda determinante per la premier potrebbe arrivare da Emmanuel Macron.



