Attualità e politica

Ricolfi, le cinque “varianti” del politicamente corretto

Dopo le collaborazioni con La Stampa e il Messaggero, Luca Ricolfi è approdato a Repubblica, dove ha firmato un lungo articolo sulle “varianti” del politicamente corretto.

Con un excursus temporale, Ricolfi parte dalla fine degli anni ’70 negli Stati Uniti, quando l’obiettivo del politicamente corretto era riformare il linguaggio e furono mise al bando le parole negro, spazzino, bidello, handicappato, donna di servizio, ecc., e creati doppioni quali “operatore ecologico, collaboratore scolastico, diversamente abile, collaboratrice familiare”.

Oggi il politicamente corretto è andato ben oltre e si è trasformato in qualcosa di radicalmente diverso, che Ricolfi giudica “assai più pericoloso per la convivenza democratica”, con “mutazioni – che Ricolfi paragona alle varianti del Covid – che, nel giro di un ventennio, lo hanno completamente trasformato”. 

Quella che imperversa, ad esempio nell’“arena dei social”, che definisce “un perfetto brodo di coltura delle suscettibilità individuali”. O il fenomeno del misgendering, ossia l’appellare una persona con l’articolo, la desinenza, il pronome del genere che non sente appartenergli. 

Per arrivare alla “variante” della “cosiddetta cancel culture, secondo cui tutta l’arte e la letteratura, compresa quella del passato, andrebbe giudicata con i nostri attuali parametri etici, e censurata o distrutta ogniqualvolta vi si trovano espressioni, immagini, o segni potenzialmente capaci di turbare la sensibilità di qualcuno”.

La quarta mutazione è la “discriminazione nei confronti dei non allineati”, dice Ricolfi, “non perché abbiano commesso scorrettezze nell’esercizio della loro professione, ma perché in altri contesti, o in passato, hanno espresso idee non conformi al pensiero dell’élite dominante”.

Per finire con la identity politics, secondo cui non conta “che persona sei ma a quale minoranza oppressa appartieni”. “All’ideale dell’eguaglianza, generosamente perseguito da Luther King, che pensava che tutte le differenze di razza, etnia, genere dovessero diventare irrilevanti”, si arriva al paradosso del subentro della “idea opposta che solo le differenze di razza, etnia, genere contino”. 

Redazione

 

 

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