Internazionale

Il rischio di nuove pandemie viene dall’Amazzonia

In due anni il presidente della repubblica federale brasiliana Jair Bolsonaro ha autorizzato 967 pesticidi per favorire l’agricoltura intensiva, in particolare nelle aree dell’Amazzonia deforestate. Il 25 febbraio scorso è stata la volta di nuovi 67 pesticidi dei quali dieci, secondo l’agenzia per la salute brasiliana, Anvisa, sono tossici per gli esseri umani, e 53, per l’istituto per l’ambiente, Ibama, sono pericolosi per l’ambiente.

Come racconta Repubblica, il governo brasiliano intende sfruttare al massimo delle sue potenzialità il bioma amazzonico per l’agricoltura e l’allevamento: lo dimostra l’opera di deforestazione che solo nel 2020 ha distrutto 21mila chilometri quadrati di foresta Amazzonica, di cui 13mila in Brasile.

Sempre il governo ha pubblicato un decreto presidenziale che regolarizza le occupazioni illegali di terre nella foresta e autorizza le attività minerarie, di ricerca di risorse idriche e di sfruttamento del legno nelle terre indigene. Ancora, il ministro dell’Ambiente Riccardo Salles ha proposto la riduzione di 334 aeree di protezione ambientale gestite dall’istituto di conservazione Chico Mendes (ICMBio) aree dove vivono indios e popolazioni caboclo.

Queste attività ai danni della comunità indios sono sostenute dalla “bancada ruralista” ovvero circa 200 deputati federali (su 513 totali) appartenenti a diversi partiti. Rappresentano gli interessi dei grandi agricoltori e latifondisti. Secondo la commissione pastorale per la terra brasiliana, Cpt, nel 2019 si sono registrati 1823 conflitti per le occupazioni delle terre con 32 leader indigeni assassinati.

La nuova approvazione dei pesticidi pericolosi avviene mentre il parlamento europeo è chiamato a ratificare l’accordo sul trattato di libero scambio commerciale tra l’Europa e i paesi del Mercosur (Brasile, Argentina, Uruguay e Paraguay). La ratifica vorrebbe dire dare un sostegno alla distruzione dell’Amazzonia: porterà infatti ad un aumento della produzione di carne a basso corso e di coltivazioni intensive come quelle della soia e o della canna da zucchero, con un conseguente aumento dell’uso di pesticidi, sostanze chimiche e deforestazione.

Con l’invasione delle attività umane nelle foreste, le specie animali selvatiche, dai pipistrelli alle scimmie e insetti, si spostano verso aree e villaggi rurali ed entrano in contatto con gli allevamenti e le popolazioni locali, rendendo più facile la trasmissione di un virus da una specie all’altra.

L’Istituto Evandro Chagas, un’organizzazione di ricerca sulla salute pubblica a Belém, ha parlato di circa 220 diversi tipi di virus diffusi in Amazzonia, 37 dei quali possono causare malattie negli esseri umani e 15 con il potenziale di causare epidemie. Tra questi, secondo la rivista dell’Accademia delle scienze brasiliana, ci sono una varietà di diverse encefaliti, la febbre del Nilo occidentale e il rocio, un virus brasiliano della stessa famiglia che genera la febbre gialla e il virus del Nilo occidentale.

L’Europa deve dunque intervenire per contrastare la distruzione del polmone verde dell’America Latina e soprattutto evitare che da qui nascano numerose nuove epidemie.

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