In primo luogo è necessario chiarire quale sia il dato preso in esame: come spiegato dalla Cna, infatti, l’indicatore non misura l’età pensionabile né il numero di anni effettivamente lavorati da chi dispone di un’occupazione. Stima invece gli anni che una persona di 15 anni può attendersi di trascorrere nella forza lavoro, come occupata o disoccupata, sulla base delle attuali condizioni demografiche e dei livelli di partecipazione. E il risultato italiano è influenzato da diversi fattori, tra cui l’ingresso tardivo dei giovani, le carriere discontinue e la bassa partecipazione femminile. (Sky TG 24)
La Cna sottolinea inoltre che rispetto al 2024 l’aumento è stato minimo: poco più di due mesi, contro una crescita di tre mesi registrata nella media europea. Lo scorso anno l’indicatore italiano era infatti pari a 32,8 anni, mentre quello dell’Unione si attestava a 37,2. La distanza dalle principali economie europee rimane molto ampia: la durata attesa della vita lavorativa raggiunge 40,2 anni in Germania, 37,5 in Francia e 36,8 in Spagna. Nei Paesi Bassi arriva addirittura a 44 anni, ben undici in più rispetto all’Italia.
Secondo la Cna il dato più critico è quello che riguarda le donne: in Italia infatti la durata attesa della loro vita lavorativa è di soli 28,4 anni, contro 35,4 nella media europea. Il divario tra uomini e donne raggiunge 8,9 anni, il più elevato nell’Unione. Un risultato coerente con un tasso di occupazione femminile fermo al 58%, quasi tredici punti sotto la media Ue, e con il più ampio divario occupazionale di genere tra gli Stati membri.
Osservando l’andamento dei dati italiani nell’ultimo decennio, emerge come il Paese abbia recuperato terreno rispetto agli altri senza però riuscire a ricucire il gap, anzi: nel 2015 la durata attesa della vita lavorativa era pari a 30,7 anni, dunque in un decennio è aumentata di 2,3 anni. Nello stesso periodo la media dell’Unione europea è passata da 34,9 a 37,5 anni, con una crescita di 2,6 anni. Il ritardo italiano rispetto al resto dell’Ue dunque anziché ridursi è salito da 4,2 a 4,5 anni.
Per quanto riguarda ancora gli altri Paesi europei, tra il 2015 e il 2025 la Germania è passata da 37,9 a 40,2 anni, la Francia da 34,9 a 37,5 e la Spagna da 35 a 36,8. L’Italia ha dunque recuperato parte della distanza dalla Spagna, ma non ha variato quella che la divide dalla Germania, mentre ha perso ulteriore terreno rispetto alla Francia e alla media del Vecchio Continente.
Secondo la Cna allungare la vita lavorativa non può però significare congelare il mercato del lavoro: senza nuove assunzioni, staffette generazionali e percorsi di affiancamento, la permanenza degli anziani rischia di rallentare l’ingresso dei giovani e di rendere ancora più difficile il ricambio delle competenze. Servono dunque politiche mirate per l’occupazione giovanile e femminile, il rafforzamento dell’istruzione tecnica e professionale, l’apprendistato, la conciliazione tra lavoro e famiglia, la formazione continua e l’invecchiamento attivo.





