Il baricentro si sposta. Non è più soltanto una questione di costi industriali o di competitività interna: la crisi energetica, nella lettura di Assocarta, sta ridisegnando le filiere e si proietta direttamente sui mercati internazionali, proprio mentre le tensioni in Medio Oriente tornano a pesare sulle rotte e sugli scambi. (Corriere della Sera)
«Il rischio energetico è ormai percepito non più come un fattore transitorio, ma come una variabile strutturale di costo», avverte il presidente Lorenzo Poli. Una constatazione che, nelle ultime settimane, ha assunto contorni ancora più netti. «Non si tratta solo delle tensioni dirette su prezzi e offerta, ma anche dell’aumento del premio per il rischio», alimentato «dal possibile impatto del conflitto sulle rotte commerciali e sulla sicurezza degli approvvigionamenti».
È qui che la questione energetica incrocia quella logistica. I noli marittimi tornano a salire – «fino al 15%» – e con essi il costo complessivo delle filiere. Ma il punto, osserva Poli, è che «questa dinamica finisce per comprimere i margini lungo tutto l’orizzonte annuale», rendendo più fragile l’equilibrio di settori energivori come quello cartario.
I numeri restituiscono la dimensione del problema. «Il peso del gas in rapporto al fatturato è passato dall’11,6% nel 2025 al 15% attuale», spiega Poli, in uno scenario in cui «il prezzo medio si attesta intorno ai 50 euro per megawattora, con punte fino a 60 euro». Livelli che, se la crisi dovesse protrarsi, rischiano di riportare il settore su soglie già viste nel 2022: «l’incidenza potrebbe arrivare fino al 25%».
È qui che la questione energetica incrocia quella logistica. I noli marittimi tornano a salire – «fino al 15%» – e con essi il costo complessivo delle filiere. Ma il punto, osserva Poli, è che «questa dinamica finisce per comprimere i margini lungo tutto l’orizzonte annuale», rendendo più fragile l’equilibrio di settori energivori come quello cartario.
I numeri restituiscono la dimensione del problema. «Il peso del gas in rapporto al fatturato è passato dall’11,6% nel 2025 al 15% attuale», spiega Poli, in uno scenario in cui «il prezzo medio si attesta intorno ai 50 euro per megawattora, con punte fino a 60 euro». Livelli che, se la crisi dovesse protrarsi, rischiano di riportare il settore su soglie già viste nel 2022: «l’incidenza potrebbe arrivare fino al 25%».
Ma è sul terreno degli scambi internazionali che l’allarme si fa più concreto. Il comparto degli imballaggi — spesso invisibile ma decisivo — è direttamente esposto alle tensioni geopolitiche. «Va considerato l’impatto sugli imballaggi destinati alle merci italiane esportate nei Paesi del Golfo», sottolinea Poli. Una direttrice commerciale tutt’altro che marginale: «parliamo di circa 22 miliardi di euro di export, in particolare nei settori del lusso e dell’alimentare».
Qui il packaging non è un accessorio, ma parte integrante del prodotto. Ritardi, rincari o difficoltà di approvvigionamento possono riflettersi lungo tutta la catena del valore, fino al cliente finale. E in un contesto di tensione sulle rotte, il rischio è che «gli imballaggi diventino un ulteriore punto di pressione», proprio mentre le imprese italiane cercano di difendere quote di mercato in aree strategiche.
Nel frattempo, il sistema produttivo interno mostra segni di crescente squilibrio. «Il mercato italiano della carta evidenzia una chiara dicotomia», osserva Poli: «da un lato una domanda interna in moderata crescita, soprattutto per carte grafiche e imballaggi; dall’altro un’offerta nazionale sotto pressione per i costi». Il risultato è un utilizzo parziale degli impianti: «le imprese sono costrette a sottoutilizzare la capacità produttiva».
Una situazione che apre spazi ai concorrenti esteri. «Le importazioni tendono a diventare un canale di aggiustamento», nota Poli, con il rischio di un progressivo indebolimento della base industriale nazionale.
A pesare è anche il differenziale di prezzo del gas rispetto ai principali hub europei. «Lo spread tra Psv e Ttf continua a penalizzare in modo significativo il settore», ricorda il presidente di Assocarta: «tra il 2023 e il 2025 ha comportato circa 55 milioni di euro annui di costi aggiuntivi».
Sul fronte delle politiche, il giudizio resta critico. «Continua a pesare l’inerzia sulla gas release», osserva Poli, mentre gli investimenti in rinnovabili — pur rilevanti — non sono ancora in grado di incidere sui prezzi: «non sono pienamente disponibili né sufficienti».
Da qui la richiesta di misure urgenti. «È necessario attuare la norma Ttf/Psv prevista dal Dl Bollette», ribadisce Poli, insieme a interventi sugli oneri del gas e al ritorno di strumenti già sperimentati: «crediti d’imposta analoghi a quelli del 2022».
Nel frattempo, però, lo scenario evolve più rapidamente delle risposte. E nella nuova geografia delle tensioni, anche un settore apparentemente tecnico come quello della carta — e soprattutto degli imballaggi — si ritrova al centro di un equilibrio fragile, dove energia, commercio e geopolitica si tengono insieme.





