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“Burnout pandemico”: isolamento, iperconnessione e pochi scambi sociali

Moltissimi lavoratori soffrono di “burnout pandemico”, ovvero esaurimento nervoso legato all’isolamento, all’iperconnessione per motivi di lavoro e ai ridotti scambi sociali. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, il burnout è una sindrome “risultante dallo stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo”. Una buona parte di responsabilità è quindi del manager che organizza il lavoro.

Come spiega il Corriere della Sera, i datori di lavoro dovrebbero riorganizzare l’ambiente, dando maggiore flessibilità, e seguire la strategia “domanda, controllo e supporto”: fare meno richieste ai dipendenti, renderli più autonomi nel controllo delle loro pratiche e dare anche supporto nella gestione del carico di lavoro.

Secondo Christina Maslach, psicologa della Berkley, esistono sei fattori che portano al burnout pandemico, a cominciare dall’eccessiva mole di lavoro che alza i livelli di stress. Si tratta di uno degli effetti negativi dello smart working, che porta ad unire la sfera privata e quella professionale, riducendo il tempo per sé.

Un altro fattore è l’autonomia nel proprio lavoro: se si ha la sensazione di non essere liberi, cresce lo stress. Se l’impegno non viene riconosciuto o se non si lavora in un clima disteso di collaborazione, la componente di stress cresce e influisce negativamente.

Come racconta il Corriere della Sera, secondo l’esperta americana, influiscono anche eventuali favoritismi. È importante che il datore di lavoro crei valore per i suoi dipendenti. “Se il burnout pervade un’organizzazione, significa che c’è un ambiente tossico. Non è un posto davvero sano dove stare”.

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