Attualità e politica

Le categorie escluse dalle politiche di ristoro del Governo

Le politiche di ristoro del Governo non sono efficaci. Ricompensano il lavoratore di circa il 50% del suo stipendio normale, solo il Portogallo agisce nello stesso nostro modo, gli altri Paesi forniscono tutti aiuti più concreti.

Ma un ulteriore punto critico è che queste politiche escludono una serie di attività e figure professionali che hanno codice Ateco diverso da quelle menzionate nel Decreto Ristori, ma sono di fatto equivalenti. Servizi mensa, bar, lavanderie, o ancora circoli ricreativi, distributori automatici.

Sono tutte attività che con il quasi lockdown a cui ci hanno obbligato, vedono un calo drastico dei proprio clienti/frequentatori, ma nessun aiuto.

I circoli ricreativi, per esempio, sono considerati dei punti di riferimento nei piccoli centri lontani dalla città. Andando avanti così non potranno più riaprire.

I servizi mensa: con lo smart working e la didattica a distanza, le aziende hanno subito un calo del 50% dei fatturati. Sono a rischio 4mila imprese.

Nessun sostegno anche per le dimore storiche o le imprese che organizzano eventi e banchetti. Nella bozza del decreto erano previsti dei sussidi che però sono poi stati cancellati nella versione definitiva.

Nel settore turismo, un duro colpo lo hanno ricevuto le 300 aziende di lavanderia industriale che danno lavoro a più di 8mila persone. A fine 2020 prevedono un calo di 400 milioni di euro.

Nessun aiuto per le colf: i datori di lavoro non vogliono più avere “estranei” in casa. O ancora, sono stati esclusi dagli aiuti dello Stato tutti quelle persone che lavorano sotto forma di collaborazione sotto i 5mila euro, tra cui si contano numerosi addetti del mondo della ristorazione, dello spettacolo o delle palestre.

Redazione

 

 

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