In Cina, il tasso di crescita dell’ultimo trimestre è stato il più basso degli ultimi decenni. 4,3% di aumento del Prodotto interno lordo (PIL). Un numero che farebbero invidia a qualsiasi paese occidentale, ma che nel caso di Pechino fa drizzare le antenne perché inferiore dell’obiettivo di crescita dal 4,5 al 5%. Con l’eccezione dei tre anni caratterizzati dalle restrizioni del Covid, i dati rilasciati oggi dall’Ufficio Nazionale di Statistica mostrano la crescita più bassa dagli anni ’90, quando è stata introdotta la misurazione del PIL. “È il risvolto dell’economia cinese a due velocità,” spiega Filippo Fasulo, Responsabile degli Osservatori Geoeconomia e Asia di ISPI. Mentre le esportazioni infatti esplodono, la domanda interna è debole e gli investimenti in calo. (Sky TG 24)
Già a giugno, l’Osservatorio di ISPI spiegava che “la debolezza strutturale al cuore del modello di crescita cinese è la domanda. La spesa interna continua a essere depressa da una prolungata crisi immobiliare che ha eroso il reddito delle famiglie e la loro fiducia.” I dati diffusi oggi mostrano come – se comparati con l’anno scorso – gli investimenti immobiliari nei primi sei mesi si siano ancora contratti del 18%. Oltre a erodere la ricchezza famigliare, una simile contrazione ha “tagliato l’occupazione nel settore dell’edilizia dal 2021”, scrive l’agenzia stampa Reuters. Decine di milioni di lavoratori sono stati riassorbiti dalla gig economy come fattorini o conducenti. Secondo il think tank China New Employment Forms Research Center, le persone con un impiego flessibile sono aumentate a 320 milioni, rappresentando quasi il 44% della forza lavoro. Ma consalari inadeguati e un welfare inadeguato. Gli altri dati pubblicati dall’Ufficio nazionale di statistica aggiungono dettagli a questa fragilità interna: il commercio al dettaglio è cresciuto solo dell’1%, mentre gli investimenti in beni durevoli sono calati del 5,7% su base annua, riporta il quotidiano finanziario Financial Times. Al contrario, la produzione industriale si è espansa del 5,3%, suggerendo “una sovrabbondante dipendenza dalla domanda globale per i beni industriali,” scrive l’agenzia stampa Reuters. Così, i settori tecnologici di punta continuano a soffrire di una forte pressione deflazionaria, forzando i produttori a sacrificare i propri profitti per tenere i prezzi bassi e conquistare maggiori quote di mercato all’estero.
Gli straordinari risultati delle esportazioni cinesi tendono comunque a mascherare questo lato debole, dato che la sovrapproduzione viene assorbita all’estero. I dati di giugno mostrano così una crescita delle esportazioni strepitosa del 27% rispetto all’anno precedente, trainata soprattutto dalla vendita di chips e automobili. Lo scorso mese, il dragone ha esportato un milione di veicoli e 21 miliardi di circuiti integrati, per un surplus annuale di quasi 576 miliardi di dollari, riporta Reuters. Le esportazioni sono quindi arrivate a rappresentare il 24% del totale delle vendite manifatturiere, secondo uno studio di Gavekal Dragonomics. È il livello più alto da quando la Cina è entrata nell’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) nel 2001. Secondo il Financial Times, il successo delle automobili è stato determinato da prodotti con costi inferiori ma software dalle prestazioni eccellenti. Tra i produttori che stanno cavalcando il boom, a giugno BYD da solo ha venduto 175.000 macchine all’estero, una crescita del 95% se comparato con l’anno precedente. Le vendite estere sono così arrivare a rappresentare il 43% della produzione totale del gruppo. Ma, anche in questo caso, il quotidiano finanziario britannico fa notare come l’aumento sia andato di pari passo con un rallentamento delle vendite domestiche, dovute alla fine della distribuzione dei sussidi per l’acquisto di veicoli elettrici.
Il dragone ha provato a porre rimedio a questo squilibrio con il suo quindicesimo piano quinquennale, stabilendo come priorità la crescita dei consumi interni da raggiungere grazie all’erogazione di sussidi per gli elettrodomestici e le automobili. “Ma il loro effetto è sfumato rapidamente. Senza riforme strutturali a favore dei redditi familiari e di una rete sociale di sicurezza, è improbabile che la domanda domestica possa rappresentare una alternativa duratura alla crescita guidata dalle esportazioni,” osserva l’Osservatorio Asia di ISPI. L’urgenza di introdurre ulteriori stimoli è, del resto, limitata: prendendo in considerazione i primi sei mesi dell’anno – e non solo l’ultimo trimestre – l’economia è comunque cresciuta del 4,7%, rimanendo quindi all’interno degli obiettivi previsti. Per capire quindi se il Partito Comunista intenderà aggiustare la rotta bisognerà aspettare la fine del mese, quando si riunirà il Politburo. Questo assumendo però che la struttura economica duale cinese sia il frutto di uno sbilanciamento che ha bisogno di una correzione. Cosa di cui non è convinta l’economista e Senior Advisor di ISPI Alicia García Herrero. In un’analisi per China Leadership Monitor, García-Herrero sostiene infatti che questo dualismo sia in realtà “un progetto strutturale, disegnato per ottenere l’obiettivo principale di vincere la competizione strutturale con gli Stati Uniti e diventare il potere globale dominante.” Ma una simile struttura sta generando fratture profonde che rischiano di incrinare il sistema stesso. “La competizione intensificata senza generare profitti sta distruggendo i margini anche delle migliori compagnie cinesi,” scrive ancora García-Herrero. Che è però anche convinta che il nuovo piano quinquennale non abbia intenzione di cambiare strada: “il modello economico cinese è caratterizzato, a livello più ampio, da una strategia che mira prima di tutto alla produzione, e dopo al consumo. Però a quel “dopo” non è mai arrivato,” dice.




