Un progresso di appena lo 0,9% a prezzi costanti, dopo un calo di quattro decimali lo scorso anno, che vede una frenata a tutto campo ad eccezione dell’area del largo consumo e dell’Ict. Le previsioni di Cerved sul trend dei ricavi della manifattura nazionale non lasciano spazio ad un grande ottimismo e si allineano all’intonazione complessiva dei vari istituti di ricerca, che indicano ancora una volta nello “zero virgola” i progressi possibili. (Sole 24 Ore)
Rimbalzo che non avverrà – evidenziano i dati Cerved – se non per singoli specifici comparti, come la carpenteria metallica o le opere di ingegneria, rilanciate dall’ultimo anno di messa a terra del Pnrr, mentre la maggioranza dei settori galleggerà con progressi nell’ordine del punto percentuale.
A trascinare verso il basso la media, come accaduto nel 2025, sarà ancora una volta il sistema moda, visto in calo in termini di ricavi del 2,5%, dopo il -6,6% dello scorso anno. Sul comparto – spiegano gli analisti – pesano le difficoltà sul mercato interno e su quello internazionale, con la diffusione delle piattaforme di e-commerce a sottrarre quote crescenti di domanda. Anche le imprese del lusso e le aziende con forte vocazione all’export potrebbero risentire di una flessione dei consumi, soprattutto in Europa e nell’Estremo Oriente. Non dissimili sono le ipotesi di Prometeia e Intesa Sanpaolo, che per l’industria vedono un 2026 caratterizzato dal recupero di un punto a prezzi costanti, un guadagno in valori correnti del 2,2% (per Cerved l’equivalente dato è +2,5%), cioè 25 miliardi in più, arrivando a quota 1440 miliardi. A ridosso dai picchi precedenti del biennio 22-23 (1163) e comunque 230 miliardi oltre i livelli pre-Covid del 2019.
Fase difficile da decifrare quella attuale, tenendo conto che le stesse nubi che gravavano sulle imprese all’inizio dello scorso anno, cioè dazi, auto, stallo della Germania e guerra, si sono modificate solo in parte. Sul fronte del commercio internazionale la differenza vera riguarda l’alea di incertezza, che ora è stata eliminata.
Se da un lato le previsioni più cupe sulle aliquote di penalizzazione non si sono concretizzate, il 15% medio verso la Ue è comunque un aggravio significativo. Schema di base su cui inoltre, per una vasta area della meccanica, si innestano dazi del 50% sulla componente in acciaio, alluminio o rame, schema di interpretazione ancora incerta e ondivaga nelle dogane Usa e che porta numerosi comparti ad avere aliquote medie di penalizzazione reali anche superiori al 20-25%. Se nei primi dieci mesi dell’anno le vendite verso Washington sembrano non risentire dei dazi (+9,1%, nuovo record) ad influenzare la media è la corsa della farmaceutica (+60,6%), che produce cinque miliardi di ricavi in più: per il resto della manifattura la crescita 2025 negli Usa è quindi pari a zero. Scenario analogo per il made in Italy globale, che in dieci mesi avanza del 3,4% grazie ai farmaci, senza i quali il progresso sarebbe limitato allo 0,6%.





