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Lisa From Stockholm #Day5

Sono seduta in una elegante caffetteria nel centro di Stoccolma quando partono le note di Patty Pravo, ‘pensiero stupendo’, ed è subito Italia. A pochi passi dal Parlamento di Svezia, il paese la cui principessa (Victoria) ha sposato il proprio personal trainer e dove una sconosciuta adolescente dalle lunghe trecce dorate è diventata global leader in nome della lotta al cambiamento climatico, si respira un’aria regale e sommessa.

Non è in vigore un formale lockdown ma gli svedesi escono poco di casa, posti solitamente affollati sono semideserti. Solo da pochi giorni il governo ha deciso un giro di vite imponendo la chiusura anticipata di bar e ristoranti alle ore 22, riunioni consentite con otto persone al massimo, musei chiusi, in generale l’esortazione, ribadita dal premier Stefan Lofven, a privilegiare lo smart working (il che non è complicato nella patria della comunicazione mobile), a limitare le uscite dalla propria abitazione, a evitare assembramenti al pari di palestre e piscine (che restano aperte su tutto il territorio nazionale). Il distanziamento raccomandato è di due metri, il lavaggio delle mani pure, non è obbligatorio l’uso della mascherina: qui l’epidemiologo di stato Anders Tegnell , teorico dell’immunità di gregge, sostiene che essa vada indossata solo nei casi in cui non sia possibile rispettare le distanze (usarla sempre e in ogni luogo rischierebbe di distogliere dalla necessità del social distancing).

A Stoccolma c’è poco di italiano, a parte qualche ristorante che si richiama all’eccellenza del made in Italy, i marchi del fashion primeggiano pure qui, ma per il resto Stoccolma è un altro mondo, anzi un’altra galassia. Paradiso del welfare socialdemocratico, gli svedesi hanno un tasso di imposizione fiscale intorno al 60 percento, in cambio istruzione e sanità per tutti. La gender equality è una religione: in giro vedi molti uomini con il passeggino, al ristorante il cameriere offre il conto al signore o alla signora indifferentemente. E se da noi la prossima legge di bilancio conferma i sette giorni di congedo per i papà (conquista!), qui il parental leave dura 480 giorni da condividere tra mamma e papà come vogliono. I figli sono fitfty-fifty.

Per non parlare del mix di sussidi per le giovani famiglie che scelgono di procreare: non bonus estemporanei (e insufficienti) ma politiche strutturali di incentivo alla natalità, a partire da una capillare rete di asili nido. Perché bisogna fare figli affinché la società svedese si perpetui in un paese esposto ai flussi migratori dall’Est Europa e da paesi come Iraq e Pakistan (anche qui, come a Parigi e a Bruxelles, l’Islam radicale con la creazione di vere e proprio enclave musulmane, serbatoio di terroristi, è una big issue nazionale).

E poi, nella città che ebbe la prima general manager donna già nel lontano 1902 (la mitologica Wilhelmina Skogh al Grand Hotel affacciato sul mare), le donne sono perfettamente integrate nel mercato del lavoro. La disoccupazione si attesta intorno al 6 percento, il tasso di partecipazione femminile supera il 77 percento e, se consideriamo la fascia di mamme con due figli, il gender gap italiano è vieppiù stridente: in Svezia lavora l’86 percento, in Germania il 77 percento, in Francia l’80 percento. L’Italia continua a inseguire a debita distanza con il 56 percento. Questione di numeri e di sostanza. Per il momento, da Stoccolma è tutto. 

Annalisa Chirico

Redazione

 

 

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