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Dal virus a Taishan: volete fidarvi di Pechino? Not in my name

Volete fidarvi della Cina? Not in my name. Le conclusioni del G7 e del vertice Nato equivalgono ad una condanna senz’appello della politica di Pechino. Dai diritti umani (la repressione della minoranza uigura e le proteste a Hong Kong) fino all’aggressività militare, una ritrovata “lega delle democrazie”, con la leadership del presidente Joe Biden, ha individuato nella Cina una minaccia per la sicurezza globale: “Le ambizioni della Cina e il suo comportamento aggressivo costituiscono una sfida sistematica all’ordinamento internazionale, si legge nello “Strategic Concept” diffuso ieri. A Pechino si rimprovera l’espansione del suo arsenale nucleare e la rafforzata cooperazione militare con la Russia, a partire dalle esercitazioni condotte nel quadrante euroatlantico. La parola chiave è “challenge”, sfida. In tutti i settori, compresi lo spazio e la sfera digitale.

La Cina è il paese dove il Covid19 è comparso per la prima volta a livello globale. Non sappiamo ancora quale sia l’origine del virus, naturale o umana, per causa accidentale o meno, ma possiamo contare su due certezze: il Covid ha gli occhi a mandorla e il regime di Pechino si è adoperato sin dal principio per nasconderlo al mondo intero. Non ha condiviso le informazioni che aveva almeno dal novembre 2019, e anche nei mesi successivi e nelle scorse settimane, quando la pandemia mieteva milioni di vittime in giro per il mondo, Pechino, al netto delle iniziative di facciata, non ha collaborato con le autorità internazionali, Oms in testa, per far emergere la verità sulla genesi del virus. Nel frattempo, sono scomparse quasi 3,8 milioni di persone, e una versione ufficiale universalmente accertata e condivisa non esiste.

Adesso, grazie all’americana Cnn, l’opinione pubblica mondiale è venuta a conoscenza dei rischi presenti nella centrale nucleare cinese di Taishan, nella provincia meridionale del Guangdong. Si parla di “anomalie”, di “problema di prestazione”, di “imminente minaccia di fuga radioattiva”. Dai due reattori di nuovissima generazione, installati da Electricité de France e dalla sua controllata Framatome, sarebbe partita la prima segnalazione agli Stati uniti lo scorso 8 giugno. In quel messaggio si parlava di fuga radioattiva. In una prima fase, il National Security Council di Washington ha tenuto una serie di riunioni e consultazioni con Parigi e Pechino senza diffondere la notizia. Ieri l’informazione è stata passata alla Cnn con la precisazione che secondo l’amministrazione Biden la situazione non sarebbe “a livello di crisi”. In caso di pericolo, gli Usa sono tenuti a dare l’allarme internazionale, in base ai trattati sugli incidenti nucleari.

Come da copione, la Cina si è affrettata a smentire: “Nessuna anomalia, la sicurezza è garantita”, parola del portavoce del ministero degli Esteri cinese. Ma la domanda è: come possiamo fidarci della Cina? La credibilità di Pechino è ai minimi storici, e anche le modalità con cui viene gestito il caso Taishan confermano che il presidente Xi Jinping continua a considerare il proscenio internazionale non come luogo di cooperazione nella trasparenza e nella franchezza delle rispettive posizioni ma piuttosto come luogo di omissioni, occultamenti e doppio gioco. Di “questa” Cina è impossibile fidarsi, sarebbe anzi un atto di irresponsabilità dar credito alle autorità cinesi che, stando alle dichiarazioni dei tecnici francesi di Taishan, avrebbero raddoppiato i parametri di accettabilità del livello di radiazioni nell’ambiente intorno alla centrale per scongiurarne la chiusura a causa della perdita. Il 30 maggio il livello di radiazioni sarebbe salito al 90 percento della nuova soglia.

Hanno taciuto i cinesi, hanno taciuto i francesi, la notizia è rimbalzata da Washington. Questi sono i fatti, chi vuole fidarsi di Pechino faccia pure, not in my name.

Annalisa Chirico

Redazione

 

 

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