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Farmaci, Trump all’Europa: pagate di più o stop alle vendite di medicine

C’è un passaggio molto bizzarro nel discorso di Donald Trump a Davos di una decina di giorni fa, che ci riguarda. Il presidente degli Stati Uniti ha riferito i contenuti di una sua (presunta) telefonata con Emmanuel Macron, imitando il collega francese in modo grottesco. Questi ha smentito la conversazione ma, ugualmente, ciò che Trump ha detto in quel momento tocca ciascuno di noi in Italia e in Europa: come cittadini, contribuenti e fruitori dei sistemi sanitari pubblici. Trump è diventato un colossale meccanismo per scaricare le contraddizioni interne del sistema americano sul resto del mondo, in particolare sull’Europa. (Corriere della Sera)

Esso fa sì che il costo della sovranità per ogni Paese europeo sia destinato a salire e ciò vale anche per l’accesso alle cure salvavita. La disponibilità dei medicinali innovativi oggi in Italia è molto buona e a costi accettabili per il Sistema sanitario nazionale (come si vede nel grafico sopra dalla bassa mortalità per casi prevenibili o trattabili), ma la trasformazione che Trump sta innescando rimette in dubbio entrambi questi aspetti. Il rumore di fondo del trumpismo resta così assordante che parti del messaggio vanno a volte perdute. Sull’industria farmaceutica, è comprensibile: dopo aver lanciato da mesi un’indagine settoriale che può sfociare in dazi molto alti, la Casa Bianca non l’ha mai conclusa e oggi si limita ad applicare le tariffe generali al 15% sui medicinali sotto brevetto. Ma le conseguenze delle mosse Trump stanno per incidere lo stesso sul modo in cui gli italiani e gli europei si curano.

A un certo punto a Davos Trump è uscito dal discorso preparato dai suoi speechwriter e ha iniziato un monologo che suonava farneticante. «Adesso pagheremo uno dei prezzi (dei farmaci, ndr) più bassi al mondo. I nostri prezzi delle medicine scenderanno del 90%, ma potreste dire anche del mille o del duemila per cento. E onestamente senza le tariffe non avrei potuto ottenerlo», ha detto. Poi ha attaccato Macron: «Fondamentalmente l’America sussidiava ogni nazione del mondo. Dunque ho chiamato Emmanuel, con quei begli occhiali da sole. La Francia è solo un esempio – ha precisato Trump –. Gli ho detto: dovrai aumentare un pochino i prezzi dei farmaci perché stiamo pagando quattordici volte più di te. E lui: “Non, non, non, non posso farlo Mr. President, per favore” – ha continuato Trump, facendo il verso al collega di Parigi –. Gli ho detto: “Sì, lo farai. E ti piacerà. Se lunedì non avrai accettato ogni singola cosa che vogliamo, metterò tariffe al 25% su tutto quello che viene dalla Francia”. È per la sicurezza medica nazionale. E allora Macron mi ha detto – ha concluso il tycoon –: “Amo aumentare i farmaci su prescrizione del 200%, ma non dirlo alla mia popolazione, per favore, ti supplico”. Ogni Paese mi ha detto lo stesso».
Cosa c’è dietro un monologo così sgangherato? Niente in Francia, dove il costo dei farmaci per ora resta lo stesso.

Ma l’avvento dell’attuale amministrazione americana sta innescando profonde trasformazioni nell’intero settore nel mondo. In primo luogo – secondo il sito della Casa Bianca – ventidue grandi aziende del settore si sono già impegnate a investire complessivamente circa 370 miliardi di dollari negli Stati Uniti in produzione, ricerca e sviluppo, per evitare trattamenti discriminatori sui dazi e altre condizioni. Nessuna di esse è italiana (una è tedesca, una britannica, una svizzera), ma in Italia il settore vale oltre 60 miliardi di euro di fatturato, cresce moltissimo grazie alla sua notevole capacità manifatturiera e già questa mossa statunitense sta probabilmente sottraendo investimenti esteri diretti agli altri Paesi, incluso il nostro.

Ma l’avvento dell’attuale amministrazione americana sta innescando profonde trasformazioni nell’intero settore nel mondo. In primo luogo – secondo il sito della Casa Bianca – ventidue grandi aziende del settore si sono già impegnate a investire complessivamente circa 370 miliardi di dollari negli Stati Uniti in produzione, ricerca e sviluppo, per evitare trattamenti discriminatori sui dazi e altre condizioni. Nessuna di esse è italiana (una è tedesca, una britannica, una svizzera), ma in Italia il settore vale oltre 60 miliardi di euro di fatturato, cresce moltissimo grazie alla sua notevole capacità manifatturiera e già questa mossa statunitense sta probabilmente sottraendo investimenti esteri diretti agli altri Paesi, incluso il nostro.


Ma una seconda decisione di Trump, di maggio scorso, fa una differenza ancora più grande e spiega la sua tirata di Davos. La Casa Bianca sta chiedendo alle case farmaceutiche di vendere in America i farmaci sotto brevetto, spesso i più innovativi ed efficaci, al prezzo più basso che quelle stesse aziende praticano in Paesi dal reddito per abitante comparabile. Per riferimento l’amministrazione guarda ai listini di Italia, Australia, Austria, Belgio, Olanda, Danimarca, Francia, Germania, Spagna, Svezia, Svizzera, Giappone e Regno Unito. E poiché fra questi l’Italia compra antitumorali, antidiabetici o altro spesso ai prezzi fra i più bassi, proprio l’Italia diventa l’indicatore determinante.

La narrazione trumpiana è improntata al solito vittimismo aggressivo: gli alleati si approfittano dell’America e scaricano su di essa i costi della salute dei loro cittadini; traducete nel settore medicale quanto Trump ripete da anni sulla difesa, e avrete il senso. Nella sua immaginazione, noi europei siamo sfruttatori dell’America, ma lui vendicherà la sua nazione, la farà “great again” e ci costringerà finalmente a pagare il dovuto. Siamo dei profittatori, noi europei, perché le case farmaceutiche vendono i loro prodotti innovativi molto di più cari negli Stati Uniti e generano così la cassa per sviluppare altri medicinali che poi noi compreremo ai nostri costi più bassi. In sostanza, i pazienti americani sussidierebbero le nostre cure (noi italiani inclusi) pagando da soli per tutta la ricerca di laboratorio di cui anche noi godiamo. Perciò da ora Trump impone la clausola della “nazione più favorita”: bisogna trattare chi compra medicine in America come si trattano i Paesi avanzati che per esse ottengono i prezzi migliori al mondo.

Significa che per generare fondi di ricerca e sviluppo, grandi gruppi come le americane Pfizer o Eli Lilly, danesi come Novo Nordisk, britannici come AstraZeneca dovranno compensare alzando i prezzi in Europa, dato che li riducono negli Stati Uniti per allinearli ai listini più bassi del Vecchio Continente. In alternativa, le stesse aziende possono sempre rifiutarsi di rifornire di certi medicinali strategici a certi Paesi europei, in modo che questi ultimi non diventino riferimento anche sul mercato americano. E non c’è dubbio che, dovendo scegliere, i produttori rinuncerebbero subito a rifornire l’Italia, la Francia e persino della Germania e si terrebbero l’America. Lì il mercato dei farmaci vale 660 miliardi di dollari l’anno; in tutto il continente europeo (Russia inclusa), la metà.

Redazione

 

 

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