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Industria in affanno nel 2026: export debole, consumi lenti e il nodo energia

L’industria italiana entra nel 2026 con il passo corto e lo sguardo rivolto altrove: agli investimenti che tengono, ai servizi che corrono, e soprattutto alla bolletta energetica che — forse — smetterà di mordere. Il quadro che emerge dall’ultima Congiuntura Flash del Centro Studi Confindustria è quello di una ripresa fragile, disturbata da export debole e consumi ancora esitanti, non priva di appigli su cui costruire una lenta risalita. (Corriere)

Dopo il buon finale del 2025, con il Pil sostenuto dagli investimenti del Pnrr, l’economia italiana ha aperto l’anno in chiaroscuro. Le famiglie mostrano un filo di fiducia in più, i servizi accelerano, ma l’industria resta prigioniera di una volatilità che ne rallenta il recupero. La produzione a dicembre è tornata a scendere e gli indicatori di gennaio segnalano solo un miglioramento marginale, ancora in territorio recessivo.

A pesare sono soprattutto due zavorre: la domanda estera e quella interna. L’export, pur cresciuto nell’ultimo mese del 2025, ha chiuso il trimestre in calo, riflettendo una riconfigurazione degli scambi globali che premia pochi comparti — come il farmaceutico — e ne penalizza molti altri. I consumi, dal canto loro, restano compressi: le vendite al dettaglio hanno perso slancio e solo l’auto mostra qualche segnale di risveglio a inizio anno.

In questo contesto, l’energia torna al centro della scena. Petrolio in risalita, gas stabile su livelli più alti rispetto a fine 2025, e un dollaro debole che attenua solo in parte i rincari. È qui che si innesta la possibile svolta del decreto «bollette», che potrebbe ridurre in modo sostanziale il costo per famiglie e imprese, a patto del via libera europeo. Un intervento che, se efficace, agirebbe su uno dei principali freni trasversali dell’economia.

Non aiuta il credito. Con la Bce ferma sui tassi e l’inflazione ormai su valori moderati, il costo dei finanziamenti alle imprese italiane ha smesso di scendere e ha invertito la rotta. Un segnale che rischia di raffreddare proprio uno dei motori che oggi tengono in piedi la congiuntura: gli investimenti in macchinari e impianti, sostenuti da una fiducia manifatturiera in miglioramento, soprattutto nei beni strumentali. Se il quadro macro resta incerto, quello settoriale racconta una storia più articolata. Nel 2025 aumentano i comparti che tornano a crescere, anche se sono ancora troppo pochi per parlare di vera inversione di tendenza.

Spiccano farmaceutica e metallurgia, trainate dall’export, mentre continuano a soffrire automotive e moda, colpite da prezzi in aumento, incertezza normativa e domanda debole. L’alimentare, come spesso accade nelle fasi difficili, si conferma anticiclico e fornisce un sostegno prezioso alla produzione complessiva.

Lo scenario internazionale offre segnali misti: timida ripartenza nell’Eurozona, economia americana in buona salute ma con un mercato del lavoro meno brillante, manifattura indiana in forte espansione. Dinamiche che, sommate a dollaro debole e dazi, contribuiscono a ridisegnare le rotte del commercio mondiale. Per l’industria italiana questo significa opportunità concentrate e rischi diffusi, con pochi vincitori e molti settori ancora in affanno.

La riconfigurazione degli scambi è già visibile nei numeri: farmaci verso gli Stati Uniti, metalli verso la Svizzera, mentre altri comparti perdono terreno. È un adattamento rapido agli shock degli ultimi anni, ma non indolore, perché lascia scoperti segmenti tradizionali del made in Italy. In questo nuovo equilibrio pesa anche la valuta americana debole, che frena la competitività delle esportazioni europee proprio mentre la domanda globale resta incerta. Nel breve periodo, il commercio estero difficilmente potrà tornare a essere il motore della crescita.

La parola che ricorre più spesso, tra le righe del rapporto Confindustria, è «moderazione». Moderata la crescita attesa per il 2026, moderato il recupero della manifattura, moderata la fiducia. Dopo tre anni negativi, tornare al segno più sarebbe già un risultato. Non una svolta, piuttosto l’inizio di un sentiero stretto, dove ogni scossone — dall’energia alla geopolitica — può far perdere l’equilibrio.

L’industria italiana resta sospesa tra ciò che frena e ciò che spinge: costi elevati, export incerto e consumi prudenti da una parte; investimenti resilienti e alcuni comparti in rilancio dall’altra. La vera sfida del 2026 sarà trasformare questa fragile stabilizzazione in una crescita meno vulnerabile.

Redazione

 

 

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